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Redazione QuantOptions
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Redazione QuantOptions2026-02-16 15:41:162026-02-16 16:24:27Strategic Markets Bulletin del 16 febbraio 2026: il settimanale di QuantOptions AcademyThe Trading Brief
Il recap settimanale dei contenuti firmati QuantOptions Academy
Settimana un po’ deludente sul fronte del trading a base probabilistica, sebbene in alcuni casi ci fossero segnali che invitavano oggettivamente alla prudenza.
Parliamo di Nike, ad esempio, su cui – a fronte di un trade ad alta probabilità di successo, la vendita di put strike 64$, scadenza 19/12 – non ci era sfuggito il rischio di discesa determinato sulla scorta della serie storica delle reattività agli earning.
Qui, trovate l’articolo e il video in cui ne abbiamo parlato.
Si tratta, comunque, di un titolo che non deve preoccupare trovarsi in portafoglio, e che può essere serenamente gestito con covered call writing fino al ritorno ai livelli di assegnazione.
Deludente anche OLLI, di cui avevamo parlato la scorsa settimana, che ha generato una perdita secca sullo spread verticale discusso nell’articolo pubblicato il giorno 8 dicembre e una assegnazione sulla naked put considerata.
Anche in questo caso, una vendita di call coperte può aiutare a recuperare la perdita, un po’ alla volta.
Bene FedEx, che comunque era un titolo oggettivamente per pochi, e BOX, di cui avevamo parlato nell’articolo e nel video del 2 dicembre.
Il quadro macroeconomico USA della settimana del 15 dicembre 2025 in sintesi
Soft landing sotto stress: l’economia USA rallenta, ma senza strappi
La settimana macro del 15 dicembre 2025 restituisce un quadro coerente ma complesso, in cui il rallentamento ciclico dell’economia statunitense appare ormai evidente, pur senza segnali di rottura disordinata.
La manifattura emerge come l’anello più debole, con il NY Empire State Manufacturing Index che crolla in territorio negativo, confermando una perdita di slancio strutturale del comparto industriale e rafforzando l’idea di una crescita sempre più sbilanciata verso i servizi.
Questo segnale anticipatore si inserisce in una sequenza di indicatori regionali e nazionali che indicano domanda fiacca, prudenza sugli ordini e margini sotto pressione.
Sul fronte del mercato del lavoro, i Non Farm Payrolls di ottobre e novembre delineano una traiettoria irregolare ma non recessiva, con un dato di ottobre fortemente negativo seguito da un rimbalzo moderato a novembre.
Il tasso di disoccupazione al 4.6% rafforza la narrativa di raffreddamento ordinato, compatibile con una normalizzazione delle condizioni occupazionali dopo anni di tensione estrema.
Il rischio di surriscaldamento salariale appare in attenuazione, un elemento chiave per la lettura di politica monetaria.
I consumi mostrano segnali di cautela, con vendite al dettaglio di ottobre ferme e assenza del dato di novembre, che riduce la visibilità sulla tenuta della domanda nel cuore della stagione natalizia.
La mancanza di alcuni dati chiave, come i permessi di costruire, introduce ulteriori elementi di incertezza, soprattutto in un settore immobiliare già fragile.
Qui, tuttavia, le vendite di case esistenti sorprendono lievemente in positivo, suggerendo stabilizzazione più che ripresa, in un contesto di offerta rigida e tassi ipotecari elevati.
Il capitolo più delicato resta quello dell’inflazione, con dati YoY sorprendentemente bassi ma fortemente contestati sul piano metodologico, anche per l’impatto dello shutdown federale e delle tecniche di stima utilizzate.
La disinflazione misurata potrebbe risultare più rapida di quella reale, introducendo rumore informativo in una fase critica per la Federal Reserve, già alle prese con un equilibrio complesso tra dati, crescita e pressioni politiche.
Nel complesso, la settimana del 15 dicembre conferma uno scenario di “soft landing tardivo”, caratterizzato da crescita in rallentamento, inflazione in apparente rientro e politica monetaria chiamata a muoversi con estrema cautela.
Una analisi puntuale dei principali indicatori macro-economici della settimana scorsa
Lunedì 15 dicembre
NY Empire State Manufacturing Index di dicembre
Il NY Empire State Manufacturing Index di dicembre registra una brusca inversione di tendenza, scendendo a -3.90 rispetto al 18.70 di novembre e collocandosi ben al di sotto del consensus (10) e della previsione (11).
Questo indicatore, elaborato dalla Federal Reserve Bank of New York (Federal Reserve Bank di New York), è uno dei più tempestivi barometri dello stato del settore manifatturiero statunitense e fornisce una lettura anticipata del ciclo industriale a inizio mese.
Il passaggio da una forte espansione a territorio negativo segnala una contrazione dell’attività su base mensile, interrompendo una sequenza di dati che aveva sorpreso positivamente nel mese precedente.
La lettura sotto lo zero indica che una quota maggiore di imprese segnala un peggioramento delle condizioni operative, con una dinamica coerente con il rallentamento osservato in altri indicatori regionali e nazionali.
In particolare, la manifattura USA continua a mostrare segnali di fragilità strutturale, come già emerso dagli ultimi dati ISM (Institute for Supply Management) e dai sondaggi PMI (Purchasing Managers’ Index), che evidenziano domanda debole, cautela sugli ordini e un contesto di margini sotto pressione.
L’Empire State Index è storicamente volatile, ma variazioni di questa ampiezza tendono a riflettere un deterioramento reale del sentiment industriale piuttosto che semplice rumore statistico.
Dal punto di vista macro, il dato rafforza l’idea di una fine d’anno caratterizzata da crescita moderata e sbilanciata verso i servizi, con il comparto manifatturiero che fatica a beneficiare dell’allentamento delle condizioni finanziarie.
Per la Federal Reserve (Fed), una sequenza di indicatori industriali deboli contribuisce a ridurre l’urgenza di ulteriori restrizioni monetarie, soprattutto in assenza di nuove pressioni inflazionistiche dal lato dei prezzi alla produzione.
In questo contesto, la sorpresa negativa dell’Empire State di dicembre va letta come un segnale coerente con un ciclo industriale ancora in fase di raffreddamento, più che come un episodio isolato.
NAHB Housing Market Index di dicembre
Il NAHB Housing Market Index di dicembre sale a 39, superando precedente e consensus fermi a 38 e la previsione di 37, segnalando un marginale miglioramento del sentiment dei costruttori rispetto al mese precedente.
L’indice, elaborato dalla National Association of Home Builders (Associazione Nazionale dei Costruttori Edili), resta tuttavia ben al di sotto della soglia di 50, indicando che la percezione complessiva delle condizioni di mercato rimane negativa per la maggioranza degli operatori.
Il rialzo di un solo punto va letto come un segnale di stabilizzazione più che di ripresa, coerente con un contesto in cui i tassi sui mutui hanno smesso di peggiorare ma restano elevati rispetto agli standard storici.
Le componenti dell’indice mostrano vendite correnti e aspettative leggermente in miglioramento, mentre il traffico dei potenziali acquirenti resta depresso, confermando che la domanda finale continua a rappresentare il principale vincolo per il settore.
Dal punto di vista operativo, i costruttori continuano a fare ampio ricorso a incentivi commerciali, come contributi sui tassi e sconti sui prezzi, nel tentativo di sostenere l’assorbimento dell’offerta in un mercato ancora caratterizzato da problemi di accessibilità.
A ciò si aggiunge la persistenza di costi di costruzione elevati, legati sia al prezzo dei materiali sia all’impatto dei dazi sulle catene di approvvigionamento, fattori che limitano la capacità di espansione dei margini.
In chiave macroeconomica, un NAHB Index stabile ma depresso è coerente con un settore immobiliare che non traina la crescita, ma nemmeno mostra segnali di deterioramento accelerato.
Per la Federal Reserve (Fed), questa dinamica suggerisce che l’housing continua a trasmettere gli effetti restrittivi della politica monetaria, senza però generare nuovi shock negativi.
Il dato di dicembre rafforza quindi l’idea di un mercato residenziale in fase di lento assestamento, più vicino a un equilibrio fragile che a una vera inversione ciclica.
Martedì 16 dicembre
Non Farm Payrolls di ottobre e novembre
I Non Farm Payrolls di ottobre e novembre offrono una lettura articolata e meno lineare del mercato del lavoro statunitense, evidenziando una dinamica ancora volatile ma non compatibile con un deterioramento strutturale.
Dopo un dato di settembre pari a 108K, l’occupazione ha registrato in ottobre una contrazione inattesa di -105K, ben al di sotto sia della previsione di 55K sia delle attese di stabilizzazione implicite nel consenso di mercato.
Un dato negativo di questa entità rappresenta un evento raro in assenza di shock macro evidenti, e va quindi interpretato con cautela, soprattutto alla luce delle consuete revisioni statistiche e della volatilità mensile della serie pubblicata dal Bureau of Labor Statistics (Ufficio di Statistica del Lavoro).
La lettura di novembre, con 64K nuovi occupati, risulta invece superiore sia al consensus di 50K sia alla previsione di 25K, suggerendo un parziale rimbalzo dopo la debolezza del mese precedente.
Pur trattandosi di un livello inferiore alla media di lungo periodo, il dato indica che il mercato del lavoro resta in fase di raffreddamento ordinato, coerente con una crescita economica più moderata ma ancora positiva.
La sequenza ottobre–novembre rafforza l’idea che il mese di ottobre abbia incorporato fattori temporanei, come effetti stagionali, scioperi settoriali o aggiustamenti post-revisione, più che un vero cambio di regime occupazionale.
Dal punto di vista macro, la creazione di posti di lavoro su livelli contenuti ma positivi è compatibile con un rallentamento ciclico senza recessione, uno scenario che i mercati stanno progressivamente prezzando nella parte finale del 2025.
Per la Federal Reserve (Fed), questa traiettoria occupazionale riduce il rischio di surriscaldamento salariale, mantenendo aperta la possibilità di una politica monetaria meno restrittiva, purché l’inflazione continui a mostrare segnali di normalizzazione.
Nel complesso, i Non Farm Payrolls di ottobre e novembre delineano un mercato del lavoro meno robusto rispetto al 2024, ma ancora resiliente, con un equilibrio fragile tra raffreddamento necessario e tenuta dell’occupazione.
Vendite al dettaglio, mese su mese
Le vendite al dettaglio statunitensi di ottobre, in variazione mese su mese, risultano invariate allo 0.0%, deludendo una previsione di 0.2% e collocandosi al di sotto sia del consensus sia del dato precedente, entrambi pari a 0.1%.
Il dato, pubblicato dal Census Bureau (Ufficio del Censimento degli Stati Uniti), rappresenta uno dei principali indicatori della dinamica dei consumi, componente che pesa per oltre due terzi del prodotto interno lordo USA.
La stagnazione delle vendite segnala una perdita di slancio della spesa delle famiglie all’inizio del quarto trimestre, coerente con un contesto in cui l’inflazione cumulata e i tassi di interesse elevati continuano a comprimere il potere d’acquisto reale.
Pur in presenza di un mercato del lavoro ancora resiliente, il consumatore appare più selettivo, con una maggiore attenzione ai prezzi e una riduzione degli acquisti discrezionali.
Questa dinamica è in linea con le evidenze emerse da altri indicatori di fiducia, che mostrano un atteggiamento più prudente delle famiglie nella gestione del reddito disponibile.
Dal punto di vista qualitativo, la crescita nulla delle vendite nominali implica una debolezza ancora più marcata in termini reali, considerando che l’inflazione, seppur in rallentamento, resta positiva.
Ciò suggerisce che il contributo dei consumi alla crescita del PIL nel quarto trimestre potrebbe risultare più modesto, soprattutto se il rallentamento dovesse protrarsi nei mesi successivi.
Il dato rafforza inoltre l’idea che l’effetto restrittivo della politica monetaria continui a trasmettersi all’economia reale, colpendo in modo progressivo la domanda interna.
In chiave di politica monetaria, una dinamica dei consumi piatta riduce il rischio di pressioni inflazionistiche dal lato della domanda, elemento rilevante per la Federal Reserve (Fed) nel valutare il grado di restrizione ancora necessario.
Il dato di ottobre sulle vendite al dettaglio si inserisce quindi in un quadro di raffreddamento ordinato dell’economia, in cui la crescita non si interrompe bruscamente ma perde intensità, confermando una fase di transizione verso ritmi più sostenibili dopo l’eccesso di domanda degli anni precedenti.
Tasso di disoccupazione di novembre
Il tasso di disoccupazione statunitense di novembre sale al 4.6%, in linea con la previsione e superiore sia al precedente 4.4% sia al consensus fermo a 4.4%, confermando un graduale ma visibile raffreddamento del mercato del lavoro.
Il dato, pubblicato dal Bureau of Labor Statistics (Ufficio di Statistica del Lavoro), rappresenta uno degli indicatori più osservati dalla Federal Reserve (Fed) per valutare l’equilibrio tra crescita economica, occupazione e pressioni salariali.
L’aumento di due decimi non segnala una rottura improvvisa, ma si inserisce in una traiettoria di normalizzazione dopo anni di condizioni eccezionalmente tese.
Un tasso al 4.6% resta storicamente contenuto, ma indica che la domanda di lavoro sta rallentando più rapidamente dell’offerta, coerentemente con la moderazione della crescita economica osservata nella seconda metà del 2025.
La dinamica è compatibile con un minor numero di assunzioni nette e una riduzione delle opportunità di job switching, fattori che tendono a smorzare la crescita salariale.
Dal punto di vista macroeconomico, un tasso di disoccupazione in lieve aumento contribuisce ad attenuare le pressioni inflazionistiche di origine domestica, in particolare quelle legate ai servizi e al costo del lavoro.
Questo aspetto è centrale per la Fed, che monitora attentamente il mercato del lavoro come canale di trasmissione della politica monetaria restrittiva.
Il dato di novembre suggerisce che tale trasmissione è in corso, senza tuttavia produrre segnali di stress acuto o deterioramento disordinato.
Nel complesso, la risalita del tasso di disoccupazione al 4.6% rafforza lo scenario di “soft landing” tardivo, caratterizzato da crescita più lenta, occupazione meno dinamica ma ancora solida, e assenza di shock sistemici.
Per i mercati finanziari, questa combinazione tende a essere interpretata come favorevole a una postura monetaria più paziente, soprattutto se accompagnata da ulteriori segnali di raffreddamento dell’inflazione nei mesi successivi.
Permessi di costruire, dati preliminari di settembre, ottobre e novembre
I permessi di costruire statunitensi, nei dati preliminari di settembre, ottobre e novembre, non sono stati rilasciati, lasciando un vuoto informativo rilevante su uno degli indicatori anticipatori più importanti del ciclo immobiliare.
Il dato, normalmente pubblicato dal Census Bureau (Ufficio del Censimento degli Stati Uniti) all’interno del report su Housing Starts and Building Permits, fornisce una misura diretta delle intenzioni di investimento dei costruttori e viene utilizzato come leading indicator per l’attività edilizia nei mesi successivi.
L’assenza della pubblicazione non equivale a un segnale economico in sé, ma introduce un elemento di incertezza nella lettura congiunturale del settore residenziale.
In una fase in cui il mercato immobiliare è già sotto pressione per l’effetto cumulato di tassi elevati, costi di costruzione rigidi e domanda selettiva, la mancanza di questo indicatore limita la capacità di valutare se il comparto stia entrando in una fase di stabilizzazione o se il rallentamento sia destinato a protrarsi.
I permessi di costruire anticipano tipicamente l’andamento degli housing starts, e la loro indisponibilità riduce la visibilità sul pipeline di nuovi progetti.
Dal punto di vista macro, il settore delle costruzioni residenziali resta uno dei canali principali di trasmissione della politica monetaria, e la difficoltà nel monitorarne l’evoluzione complica anche l’analisi dell’impatto restrittivo esercitato dalla Federal Reserve (Fed) sull’economia reale.
In assenza dei permessi, l’attenzione degli analisti tende a spostarsi su indicatori alternativi, come il NAHB Housing Market Index, i dati sui mutui e le vendite di case esistenti, che però forniscono segnali meno anticipatori e più legati al sentiment o alla domanda finale.
In sintesi, la mancata pubblicazione dei permessi di costruire per tre mesi consecutivi rappresenta un limite informativo significativo, soprattutto in una fase ciclica delicata.
Non indica necessariamente un peggioramento del settore, ma impone maggiore cautela nell’interpretazione del quadro immobiliare, rinviando a future revisioni ufficiali una valutazione più solida sull’evoluzione dell’offerta residenziale negli Stati Uniti.
Mercoledì 17 dicembre
Vendite retail, mese su mese, novembre
Le vendite retail statunitensi di novembre, in variazione mese su mese, non sono state ancora pubblicate, lasciando in sospeso una delle letture più rilevanti sullo stato dei consumi nella parte finale del 2025.
Il dato, diffuso mensilmente dal Census Bureau (Ufficio del Censimento degli Stati Uniti), è particolarmente osservato perché novembre rappresenta un mese chiave per la spesa delle famiglie, includendo l’avvio della stagione natalizia e eventi come il Black Friday.
L’assenza della pubblicazione non fornisce un segnale diretto sul ciclo, ma aumenta l’incertezza interpretativa in un contesto già caratterizzato da evidenze contrastanti sul comportamento del consumatore.
I dati di ottobre avevano mostrato una crescita nulla delle vendite, suggerendo un possibile rallentamento della domanda discrezionale, mentre altri indicatori, come l’occupazione e il reddito nominale, continuano a indicare una tenuta complessiva della capacità di spesa.
Senza il dato di novembre, manca un tassello cruciale per valutare se la debolezza di ottobre sia stata episodica o l’inizio di una fase più persistente.
Dal punto di vista macroeconomico, le vendite retail sono un input fondamentale per le stime del PIL, soprattutto nel quarto trimestre, e la loro indisponibilità riduce la visibilità sul contributo dei consumi alla crescita di fine anno.
Questo aspetto è rilevante anche per la Federal Reserve (Fed), che monitora attentamente la domanda interna come potenziale fonte di pressioni inflazionistiche, in particolare nel comparto dei servizi.
Un dato robusto avrebbe potuto complicare il quadro di raffreddamento ordinato, mentre un dato debole ne avrebbe rafforzato la narrativa.
In attesa della pubblicazione ufficiale, l’attenzione degli analisti si sposta su indicatori indiretti, come le vendite delle principali catene retail, i dati sui pagamenti elettronici e gli indici di fiducia dei consumatori, che però non sostituiscono la completezza e la comparabilità del dato ufficiale.
La mancata diffusione delle vendite retail di novembre impone quindi un approccio prudente, rinviando a dati successivi una valutazione più solida sulla tenuta dei consumi USA a fine 2025.
Giovedì 18 dicembre
Inflazione headline e core, MoM (novembre) e YoY
I dati sull’inflazione statunitense di novembre, limitatamente alle variazioni anno su anno, mostrano un raffreddamento molto più marcato delle attese, con headline al 2.7% e core al 2.6%, contro consensus rispettivamente al 3.1% e 3.0% e previsioni entrambe al 3.0%.
La pubblicazione parziale, a cura del Bureau of Labor Statistics (BLS), ha immediatamente attirato l’attenzione dei mercati per l’entità della sorpresa disinflazionistica, che riporta l’inflazione core sui livelli più bassi dall’inizio del 2021.
La lettura ufficiale suggerisce un rallentamento netto e trasversale delle pressioni sui prezzi, con un contributo particolarmente rilevante della componente immobiliare, che pesa circa un terzo del paniere.
Tuttavia, la credibilità statistica del dato è stata messa in discussione, anche da commentatori autorevoli, per via delle anomalie operative che hanno caratterizzato la fase di raccolta delle informazioni.
In particolare, come osservato da Donatella Principe, di Fidelity International, lo shutdown federale ha limitato in modo significativo la rilevazione diretta dei prezzi, costringendo il BLS a ricorrere a stime e a tecniche di carry-forward imputation, ossia all’assunzione di prezzi invariati in assenza di dati effettivi.
La coincidenza con il Black Friday, inoltre, avrebbe amplificato artificialmente il ribasso attraverso prezzi rilevati in condizioni di forte sconto.
Dal punto di vista macroeconomico, l’anomalia non è neutrale, poiché alcuni meccanismi di calcolo dell’indice hanno natura semestrale, generando un effetto di trascinamento potenzialmente persistente fino alla primavera 2026.
Questo elemento introduce rumore informativo in una fase delicata per la Federal Reserve (Fed), già caratterizzata da divisioni interne e forte dipendenza dai dati.
La combinazione tra inflazione apparentemente in rapido rientro e pressioni politiche crescenti, in un contesto di ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, rischia di complicare ulteriormente il processo decisionale sui tassi.
Il dato di novembre va quindi letto con estrema cautela, distinguendo tra segnale macro e distorsione statistica, poiché la disinflazione misurata potrebbe risultare più rapida di quella reale.
Venerdì 19 dicembre
Vendite di case esistenti, mese di novembre
Le vendite di case esistenti negli Stati Uniti di novembre risultano pari a 4.13M, superando sia la previsione di 3.9M sia il dato precedente di 4.11M, ma restando leggermente al di sotto del consensus fissato a 4.20M.
Il dato, pubblicato dalla National Association of Realtors (Associazione Nazionale degli Agenti Immobiliari), indica una tenuta del mercato residenziale secondario, nonostante un contesto ancora penalizzato da tassi sui mutui elevati e condizioni di accessibilità restrittive.
La variazione positiva rispetto a ottobre, seppur contenuta, suggerisce che la domanda effettiva non si è ulteriormente deteriorata, beneficiando di una parziale stabilizzazione dei tassi ipotecari nella parte finale dell’autunno.
Tuttavia, i volumi restano su livelli storicamente depressi, ben inferiori alla media pre-pandemica, a conferma che il mercato immobiliare continua a operare in un regime di bassa liquidità.
Un fattore strutturale resta la scarsità di offerta, legata alla riluttanza dei proprietari a vendere immobili finanziati a tassi molto più bassi rispetto a quelli correnti.
Dal punto di vista dei prezzi, la rigidità dell’offerta contribuisce a limitare le correzioni, mantenendo una pressione al rialzo o di tenuta sui valori medi, nonostante il rallentamento delle transazioni.
Questo meccanismo spiega perché l’housing continui a trasmettere segnali misti, con volumi compressi ma prezzi relativamente resilienti, una combinazione che riduce la mobilità abitativa e frena l’attività complessiva del settore.
In chiave macroeconomica, la stabilizzazione delle vendite di case esistenti attenua il rischio di un peggioramento rapido del comparto immobiliare, ma non rappresenta ancora un segnale di ripresa ciclica.
Per la Federal Reserve (Fed), il dato conferma che la politica monetaria restrittiva continua a esercitare effetti significativi sull’housing, senza però innescare una correzione disordinata.
Il dato di novembre si inserisce quindi in uno scenario di lento assestamento del mercato residenziale, coerente con una fase di crescita moderata e con un contributo dell’immobiliare ancora contenuto all’economia statunitense.
Per approfondimenti:
National Association of Realtors
Reuters
Trading Economics
Advisor Perspectives
Il punto sui mercati e sulla volatilità implicita
Nella precedente analisi avevamo evidenziato come l’impulso rialzista in atto si stesse avvicinando alla conclusione della sua prima onda, lasciando presumere l’arrivo di un fisiologico ritracciamento prima di un’eventuale ripartenza verso nuovi massimi.
Lo scenario si è materializzato con sorprendente precisione: la prima parte della settimana ha visto una moderata correzione, principalmente attribuibile a prese di profitto da parte degli operatori più esposti.
Successivamente, nella seconda metà dell’ottava, il mercato ha ripreso vigore, generando un nuovo impulso rialzista coerente con la struttura tecnica delineata.
VIX – Ciclicità e implicazioni di breve termine
Il VIX ha avviato un nuovo ciclo caratterizzato da una fase iniziale di bassa volatilità, tipicamente propedeutica alla costruzione di un nuovo picco nelle settimane successive.
Il posizionamento attuale dell’indice suggerisce un contesto favorevole per il mercato azionario nel breve periodo, con condizioni di rischio percepito ancora contenute.
S&P 500 – Rottura della lateralità?
L’indice statunitense sembra aver completato una fase laterale che si protraeva da circa due mesi.
La combinazione tra:
- un VIX in fase di quiete ciclica,
- un sentiment costruttivo,
- e una struttura tecnica che mostra segnali di uscita dal range,
potrebbe favorire l’avvio di una nuova gamba rialzista nel breve termine.
Le condizioni tecniche appaiono allineate a un potenziale proseguimento del trend ascendente.
Stagionalità – Un supporto storico al rialzo
Le ultime settimane dell’anno sono statisticamente favorevoli ai mercati azionari.
La stagionalità conferma quindi il quadro tecnico: storicamente, il periodo di fine anno tende a beneficiare di flussi positivi e di un sentiment più costruttivo da parte degli investitori istituzionali.
Conclusione
Il quadro complessivo si presenta costruttivo:
- la struttura tecnica conferma la ripartenza dopo un ritracciamento fisiologico,
- il VIX si trova nella fase più favorevole del suo ciclo,
- la stagionalità sostiene storicamente i rialzi di fine anno,
- e il contesto macro, con un’inflazione in rallentamento, contribuisce a ridurre la pressione sulle politiche monetarie.
In sintesi, le prossime settimane potrebbero offrire un terreno fertile per un proseguimento del trend rialzista, pur mantenendo un approccio disciplinato e attento ai possibili cambi di scenario.
Calendario eventi dal 22 al 26 dicembre
Earning trading
Per la selezione dei titoli da inserire nel nostro calendario settimanale, adottiamo tre criteri primari:
- prezzo non superiore a 150$;
- efficienza delle chain delle opzioni;
- situazione generale di bilancio (valutata attraverso lo snowflake di SimplyWall) promettente, così da evitare di segnalare titoli che potrebbero provocare perdite rilevanti su operazioni di tipo naked, come quelle di cui parliamo spesso negli articoli operativi di QuantOptions Academy Pro.
Fanno eccezione alla prima regola i titoli “famosi”, che possono essere comunque di interesse generale, e che quindi vengono commentati a prescindere.
Quadro macro della settimana entrante
Il calendario dei dati macro-economici della settimana è tratto dal sito Trading Economics, nel quale è possibile filtrare i dati per importanza e per periodo temporale.
Qui si riportano soltanto i dati a maggiore impatto sui mercati, ma ogni giorno ci sono variabili macro economiche che entrano in gioco sui mercati.
Se desiderate avere un quadro più completo dei dati rilasciati ogni giorno, visitate il sito citato poco sopra.
La settimana che ci aspetta in sintesi
Pochi dati, molto segnale: il test di coerenza del rallentamento USA
In assenza di catalizzatori societari rilevanti, la settimana entrante concentra l’attenzione quasi esclusivamente sui pochi ma significativi dati macro, che serviranno soprattutto a validare o meno la narrativa di rallentamento ordinato emersa a metà dicembre.
Il filo conduttore resta la perdita di slancio dell’economia USA, più evidente sul piano ciclico che su quello congiunturale.
Il primo snodo è rappresentato dal Chicago Fed National Activity Index (CFNAI) di settembre, atteso in calo a -0.40 dal precedente -0.12.
Una lettura più negativa rafforzerebbe l’idea di un’economia che opera sotto il proprio potenziale, con segnali di disallineamento tra manifattura, mercato del lavoro e consumi.
Non si tratterebbe di un segnale recessivo, ma di una conferma che la fase di rallentamento sta diventando più diffusa e meno circoscritta a singoli comparti.
Martedì sarà il turno degli ordini di beni durevoli di ottobre, previsti in decelerazione allo 0.3%.
Il focus non sarà tanto sul dato headline, notoriamente volatile, quanto sulla componente core dei beni capitali, che fornisce indicazioni dirette sugli investimenti produttivi privati.
Un ulteriore indebolimento rafforzerebbe la lettura di prudenza delle imprese, coerente con condizioni finanziarie ancora restrittive e visibilità limitata sulla domanda.
Sempre in settimana arriverà la seconda stima del PIL del terzo trimestre, attesa a 3.2% dal precedente 3.8%.
La revisione al ribasso non cambierebbe il quadro di fondo, ma aiuterebbe a definire la velocità di decelerazione in ingresso nel quarto trimestre.
Il mercato guarderà soprattutto alla composizione, per capire se il rallentamento stia coinvolgendo consumi o investimenti in modo più strutturale.
Infine, il tasso sui mutui trentennali MBA, dopo il 6.38%, fungerà da termometro delle condizioni finanziarie reali sull’housing.
Una stabilità in area 6.3–6.4% confermerebbe un equilibrio fragile, sufficiente a evitare un peggioramento ma non a innescare una ripresa del settore.
Nel complesso, i dati in arrivo non sono attesi come shock, ma come verifica di coerenza: se confermeranno rallentamento senza rottura, la narrativa di soft landing resterà intatta, rafforzando una Fed prudente e data-dependent nella fase finale del 2025.
Dati macro principali
Chicago Fed National Activity Index di settembre
Il Chicago Fed National Activity Index (CFNAI) di settembre, in uscita lunedì 22 dicembre 2025, è atteso in calo a -0.40 dal precedente -0.12, segnalando un possibile indebolimento più marcato dell’attività economica complessiva.
L’indicatore, elaborato dalla Federal Reserve Bank of Chicago, sintetizza 85 variabili macroeconomiche relative a produzione, reddito, occupazione, consumi, vendite e condizioni finanziarie, ed è progettato per misurare la distanza dell’economia USA dal suo trend di lungo periodo.
Una lettura più negativa, come suggerito dalla previsione, implicherebbe che l’economia stia operando sensibilmente al di sotto del potenziale, rafforzando la narrativa di rallentamento ciclico già emersa da diversi indicatori regionali e nazionali.
Il CFNAI è particolarmente rilevante perché non cattura un singolo segmento, ma l’equilibrio complessivo del sistema economico, e variazioni di questa ampiezza tendono a riflettere una perdita di sincronizzazione tra i principali motori della crescita.
In questo contesto, la debolezza della manifattura e il raffreddamento del mercato del lavoro rappresentano i principali fattori di rischio per una lettura più depressa.
Dal punto di vista delle implicazioni macro, un CFNAI vicino a -0.40 non segnala recessione imminente, ma conferma una fase di crescita inferiore al potenziale, compatibile con politica monetaria ancora restrittiva e domanda interna in progressivo rallentamento.
Storicamente, valori persistentemente inferiori a -0.70 sono associati a recessioni conclamate, soglia che al momento resta distante, ma la direzione del movimento merita attenzione.
Per la Federal Reserve (Fed), un indice in peggioramento rafforza l’argomento a favore di un atteggiamento prudente sui tassi, soprattutto in presenza di segnali disinflazionistici recenti.
In termini di mercato, una sorpresa negativa rispetto alla previsione potrebbe accentuare le aspettative di allentamento monetario nel 2026, mentre una tenuta sopra -0.40 attenuerebbe il rischio di una revisione al ribasso delle stime di crescita.
Il dato di lunedì sarà quindi osservato come indicatore di coerenza, più che come catalizzatore isolato, all’interno di un quadro macro che resta fragile ma non recessivo.
Earning sotto la lente
Nessun titolo in particolare da segnalare
Dati macro principali
Ordini di beni durevoli, mese di ottobre
Gli ordini di beni durevoli statunitensi di ottobre, in variazione mese su mese, in uscita martedì 23 dicembre 2025, sono attesi in rallentamento allo 0.3%, rispetto al precedente 0.5%, con un consensus leggermente superiore, allo 0.4%.
Il dato, pubblicato dal Census Bureau (Ufficio del Censimento degli Stati Uniti), rappresenta un indicatore chiave delle decisioni di investimento delle imprese, poiché misura gli ordini per beni con una vita utile superiore ai tre anni, come macchinari, attrezzature industriali e mezzi di trasporto.
Una crescita più contenuta degli ordini, come suggerito dalle attese, indicherebbe un atteggiamento più prudente da parte delle aziende, coerente con condizioni finanziarie ancora restrittive e con una visibilità limitata sulla domanda futura.
In particolare, la componente core dell’indicatore, ossia gli ordini di beni capitali non legati alla difesa e al settore aeronautico, viene osservata come proxy degli investimenti produttivi privati, e un suo rallentamento rafforzerebbe la narrativa di moderazione della spesa in conto capitale nella parte finale del 2025.
Dal punto di vista macroeconomico, ordini di beni durevoli in decelerazione sono compatibili con una crescita del PIL più contenuta, soprattutto attraverso il canale degli investimenti fissi non residenziali.
Questo segnale si inserirebbe in un contesto in cui la manifattura resta sotto pressione, come evidenziato dai recenti indici regionali della Fed, e in cui la domanda globale mostra segnali di raffreddamento.
Un dato inferiore alle attese accentuerebbe il quadro di rallentamento ciclico, mentre una sorpresa positiva suggerirebbe una resilienza maggiore degli investimenti aziendali.
Per la Federal Reserve (Fed), una dinamica moderata degli ordini riduce il rischio di surriscaldamento dal lato della domanda, rafforzando l’idea che la restrizione monetaria stia producendo gli effetti desiderati.
In chiave di mercato, il dato sarà valutato in termini di coerenza con il resto del flusso macro, più che come catalizzatore autonomo, ma un’ulteriore delusione potrebbe rafforzare le aspettative di un ciclo di tassi meno restrittivo nel corso del 2026.
Crescita del PIL QoQ, terzo trimestre 2025, seconda stima
La seconda stima della crescita del PIL statunitense del terzo trimestre, in variazione trimestrale annualizzata, è attesa a 3.2%, in ribasso rispetto al precedente 3.8%, e in linea con consensus e previsione.
Il dato, pubblicato dal Bureau of Economic Analysis (BEA), rappresenta un aggiornamento rilevante perché incorpora informazioni più complete su consumi, investimenti, commercio estero e scorte, offrendo una lettura più affidabile della dinamica reale dell’economia USA nella parte centrale del 2025.
Una revisione al ribasso di questa entità indicherebbe che la forza della crescita del Q3 è stata leggermente sovrastimata nella prima lettura, pur restando su ritmi nettamente superiori al potenziale di lungo periodo.
Anche a 3.2%, infatti, il PIL continuerebbe a riflettere una domanda interna ancora solida, trainata soprattutto dai consumi, ma con segnali di normalizzazione rispetto ai picchi precedenti.
L’attenzione degli analisti sarà rivolta in particolare alla composizione della revisione, per capire se il ridimensionamento derivi da consumi meno robusti, da investimenti più deboli o da un contributo meno favorevole delle scorte.
Dal punto di vista macroeconomico, una crescita rivista ma ancora sostenuta rafforza lo scenario di rallentamento graduale, piuttosto che di brusca decelerazione.
Questo quadro è coerente con indicatori recenti che mostrano un’economia in perdita di slancio ma non in contrazione, e suggerisce che gli effetti della politica monetaria restrittiva si stanno manifestando in modo progressivo.
Per la Federal Reserve (Fed), una crescita al 3.2% nel Q3 confermerebbe che l’economia ha finora assorbito bene i tassi elevati, ma allo stesso tempo ridurrebbe l’urgenza di ulteriori restrizioni, soprattutto alla luce dei segnali di raffreddamento su inflazione e mercato del lavoro.
In chiave di mercato, un dato conforme alle attese difficilmente agirà da catalizzatore, ma una revisione più ampia del previsto potrebbe riaccendere il dibattito sulla sostenibilità della crescita nel Q4.
Il focus resterà quindi sulla traiettoria, più che sul livello puntuale, con il PIL del terzo trimestre utilizzato come benchmark per valutare la velocità di decelerazione dell’economia USA a fine 2025.
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Tasso dei mutui trentennali di MBA al 19.12
Il tasso sui mutui trentennali rilevato dalla Mortgage Bankers Association (MBA) al 19 dicembre, in uscita mercoledì 24 dicembre 2025, sarà osservato con particolare attenzione dopo il precedente 6.38%, livello ancora ampiamente restrittivo in termini storici.
L’indicatore MBA, basato sulle richieste effettive di finanziamento ipotecario, rappresenta una misura tempestiva delle condizioni di accesso al credito immobiliare, spesso più reattiva rispetto ai dati sui Treasury.
In assenza di una previsione puntuale ampiamente condivisa, le attese di mercato convergono su una sostanziale stabilità o su una lieve oscillazione, coerente con un mercato obbligazionario che nelle ultime settimane ha mostrato movimenti contenuti.
Un mantenimento dell’area 6.3–6.4% implicherebbe che il sollievo per il settore immobiliare resta marginale, sufficiente forse a evitare un ulteriore deterioramento, ma non tale da rilanciare in modo deciso la domanda di mutui.
Viceversa, un ritorno verso l’alto riaccenderebbe le pressioni sull’accessibilità, già fortemente compromessa dai livelli dei prezzi delle abitazioni.
Dal punto di vista macroeconomico, i tassi sui mutui rappresentano uno dei principali canali di trasmissione della politica monetaria, e una loro persistenza su livelli elevati confermerebbe che l’housing continua a scontare in pieno la restrizione finanziaria.
Questo aspetto è coerente con indicatori immobiliari deboli ma stabili, come le vendite di case esistenti e il sentiment dei costruttori, e contribuisce a limitare il contributo del settore residenziale alla crescita del PIL.
Per la Federal Reserve (Fed), una stabilizzazione dei tassi ipotecari senza un calo significativo rafforza l’idea che le condizioni finanziarie restino restrittive anche senza ulteriori rialzi dei Fed Funds.
In chiave di mercato, un dato in linea con il precedente avrebbe un impatto limitato, mentre movimenti più ampi potrebbero influenzare rapidamente le aspettative su housing e consumi durevoli.
Il dato del 24 dicembre sarà quindi letto come conferma o smentita di un fragile equilibrio, più che come segnale di svolta.
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Ne parliamo la prossima settimana!
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Il focus settoriale della settimana
Il focus settoriale ritorna lunedì 12 gennaio 2026.
Trading operativo: il portafoglio delle strategie di Erere
Settimana interlocutoria per il portafoglio CFM, che si è mosso in modo altalenante senza movimenti marcati, né in un senso, né nell’altro.
Si mantiene stabile – intorno ai 4 punti percentuali – il differenziale di performance rispetto al benchmark.
Chiuse le posizioni su TLT e SPY della strategia TCMR, con un loss in linea con l’andamento storico tipico della strategia.
Abbiamo aperto una nuova posizione long su SPY, sia secondo la TCMR che secondo la Short Term Directional SP500.
Strike e scadenze diversi, vediamo cosa succede!
Scadute in profitto pieno anche le posizioni su BBY e NVO nell’ambito della strategia High Probability Naked Put Selling, Trade AI based.
Lunedì apriremo nuove posizioni anche qui.









